Labyrinth – Dove tutto è possibile

Più un’analisi che una recensione. Spoilers come se piovesse.

La trama del film, per chi non la conoscesse, in due parole è la seguente:

Che noia doversi occupare del fratellino! Sarah è davvero stufa dei pianti del piccolo Toby e invoca Jareth, il malvagio re degli gnomi, pregandolo di portare via il bambino. Detto fatto il piccolo scompare e Sarah, per ritrovarlo, dovrà avventurarsi in un intricato labirinto popolato di strani esseri, paludi e porte magiche… un mondo dove tutto è possibile.

e02c5b0268254ad89ec0b23ce1ab55b1Sarah Williams (una Jennifer Connelly semplicemente luminosa) è molte cose: quindicenne, egoista, tenera e sperduta; ma la prima cosa che mi ha colpito di lei è quanto sia sola. Sarah non recita con nessuno, non racconta a nessuno le fiabe che inventa e conosce. Il mondo le risulta incomprensibile, se non proprio ostile, così lei ne crea uno tutto per sè: una stanza con libri che solo lei può leggere e pupazzi con cui solo lei può giocare, nella quale nessuno deve mettere piede e nulla dev’essere spostato. Un libro rosso da recitare come se fosse reale, parole come formule magiche da interporre fra sè e il mondo, ma anche fra sè e un dolore, nel film appena accennato, che non confessa nemmeno a se stessa.

Prima ancora che l’avventura abbia inizio, Sarah è già in contatto col Sottosuolo: anzi, è proprio a causa di questo contatto che la storia può cominciare. Non a caso, prima ancora che lei lo chiami, il Barbagianni già la conosce.

Un’altra cosa che amo di Sarah è la sua capacità di accettazione: accetta che le parole abbiano un potere e le azioni abbiano conseguenze, accetta il magico e l’assurdo per l’ottimo motivo che stanno accadendo a lei, accetta ciò che di brutto c’è dentro di sè e dentro i propri amici, senza per questo smettere di essere se stessa o di chiamarli amici.

 Lungo il film impara che, anche se “non è giusto”, spesso “è così che va”: nell’istante in cui realizza questo, impara a prendere il Labirinto per il suo verso, ricorrendo lei stessa a trucchi e trabocchetti. Sarah non si chiede mai se la strada che sta percorrendo la condurrà davvero al castello: procede e basta; per ogni passo indietro, ne fa due in avanti.

Sarah non è l’eroina della fiaba, ma una ragazza che interpreta tale ruolo, e questa è la sua forza, perchè restando umana è lei a portare con sè La Storia, e non viceversa.

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Il Labirinto è quasi più un personaggio che un luogo fisico. Nel Labirinto ogni viaggio è un ritorno al Centro: per trovare la strada è necessario perdersi, sbagliare, cadere, tornare indietro, ritentare per un’altra via. L’unica regola è che non ci sono regole: i sentieri sono aggrovigliati come serpenti, si spostano, celano insidie e trabocchetti. I suoi personaggi sono buffi e spaventosi: tutto sembra un gioco, ma non lo è; anche nei momenti più esilaranti, in palio c’è un bambino, e la vita della stessa Sarah.

hoggleHoggle è un altro personaggio a tutto tondo (e forse un pochino sottovalutato dal fandom). All’inizio della storia, Hoggle è un nano vigliacco, avido e doppiogiochista; solitario e solo, Hoggle “è amico solo di Hoggle”. Crede che il suo compito sia accompagnare Sarah per depistarla: quello che non sa, è che anche lui ha appena iniziato il suo personale viaggio verso il Centro. Il suo percorso è contorto quanto i sentieri del Labirinto: tra mille tentennamenti si invaghisce di Sarah, la tradisce per paura, solo alla fine si riscatta e rischia tutto per aiutarla nella sua ricerca. All’inizio del film nessuno sembra ricordare il nome esatto di Hoggle: tutti sbagliano a pronunciarlo (o lo pronunciano male di proposito, come appunto fa il Re). Quando il nano finalmente sceglie da che parte stare, quando finalmente decide chi è e agisce di conseguenza, il problema del nome all’improvviso si risolve: quando sei consapevole della tua identità, anche gli altri sanno chi sei.

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Ultimo ma non ultimo, il Re dei Goblin (David Bowie). Per gran parte del film, come i personaggi delle fiabe, lui non ha un nome: quando finalmente viene pronunciato -buttato lì quasi per caso- è come se improvvisamente si colmasse un vuoto del quale non eravamo del tutto coscienti. Chi o cosa è esattamente Jareth? Nella prima bozza di sceneggiatura, il Re è egli stesso un Goblin: tale ritorna dopo che Sarah lo sconfigge. Successivamente, per fortuna, la sceneggiatura venne modificata, lasciando che il quesito rimanesse senza una risposta definita. Esistono una serie di indizi, ma nessuna certezza: il re ha diversi tratti fisici e caratteriali tradizionalmente attribuiti ai Daoine Sidhe, ma cattura l’attenzione in modo troppo forte per essere soltanto questo. Incarna senz’altro il lato più insidioso dell’immaginazione di Sarah, ma più di un dettaglio lascia intuire che egli esista a prescindere da lei. E’ istrionico e affascinante, geloso e malevolo, a tratti buffo, ma mai ridicolo. Ha qualcosa di Barbablù, ma non possiede la sua carica sanguinaria e distruttiva, e in generale è più incline alla seduzione che alla coercizione. Per me Jareth sarà sempre il Trickster, l’Ingannatore: abilissimo artefice di inganni e illusioni, capace di rapportarsi al prossimo solo attraverso di essi. Paradossalmente, se lo si legge in quest’ottica, il modo in cui si relaziona a Sarah -attraverso inganni e trabocchetti, appunto- è quanto di più sincero la sua natura gli permetta.

Anche il Re, come Sarah e Hoggle, è profondamente solo e, sebbene all’inizio appaia invincibile, man mano che Sarah acquista potere Jareth lo perde. Il patto finale che Jareth propone a Sarah è meraviglioso: “temimi, amami, fai ciò che dico e sarò il tuo schiavo”. La proposta non è crudele o sbagliata in sè, non tocca minimamente il concetto di male in senso morale: è qualcosa di cui lui ha bisogno per essere libero, e che lei -per essere libera- non può permettersi di accettare.

 All’inizio, per la parte di Jareth si pensò a Sting o a Michael Jackson. Personalmente credo che Bowie fosse l’unico uomo sulla faccia della terra in grado di cantare canzoni assurde danzando in mezzo a decine di pupazzi, mettersi un cespuglio in testa, indossare calzamaglie attillatissime (con le -ehm- conseguenze del caso) e risultare non solo credibile, ma pure affascinante.

27Dal punto di vista tecnico, ci sarebbe molto altro da dire su Labyrinth. Alla realizzazione del film hanno partecipato menti creative di tutto rispetto, da Brian Froud (le cui illustrazioni consiglio a tutti), Terry Jones dei Monty Python, Jim Henson (il “papà” dei Muppets, che ha curato soprattutto il personaggio di Sarah, rivelando una sensibilità che onestamente non avrei sospettato), lo stesso Bowie (che oltre alle canzoni curò anche la caratterizzazione di Jareth).

Il film è stato realizzato in epoca predigitale: a parte il Barbagianni, tutti gli altri effetti speciali (e sono parecchi!) sono affidati a trucchi di scena. Il risultato ha dell’incredibile: la realizzazione di ogni scenografia e di ogni costume trasuda amore e attenzione; nulla è lasciato al caso, non c’è nemmeno un dettaglio, un colore o un tocco di luce che non siano stati accuratamente studiati. Le espressioni facciali Hoggle, per citare solo il primo esempio che mi viene in mente, sono di una bellezza commovente.

Parlare di Labyrinth, per me, significa tornare a Casa: io non ho “visto” questo film: ne sono stata risucchiata. L’ho amato, ne ho sviscerato trama e personaggi, linguaggio, riferimenti e significati. L’ho visionato un numero n di volte, percorrendo passo per passo i sentieri del Labirinto, stoppando il film n volte al minuto solo per cogliere il senso di un’inquadratura, l’inflessione di una battuta o l’espressione del viso con cui veniva pronunciata. Ho sognato di notte i corridoi del Labirinto, cercando di capire perchè questo film mi ossessionasse, che cosa cercasse di dirmi. Quando l’ho capito, finalmente mi ha lasciata andare. In cambio, non ho mai smesso di portarlo con me.

E l’unico vero sequel che riesco a immaginare, scritto ormai sei anni fa, lo trovate qui.

Perchè un blog…

unicornSembra ieri -e invece sono passati tipo dieci anni- che infestavo con un altro nik e un altro blog la piattaforma di Splinder (che dyo l’abbia in gloria per tutte le cose belle che mi ha portato). Un bel giorno Splinder ha chiuso, i blog hanno perso terreno in favore di Facebook prima e Twitter poi, io mi sono divisa tra il mondo reale e EFP, in veste di fanwriter e di fanreader. Non posso dire che il blog mi sia mancato: non era più tempo, per me, per i blog. Ma, poichè l’universo ha la forma di una spirale (non di un cerchio) e poichè tutto torna (anche se non nello stesso punto di prima), sapevo che sarebbe stata solo questione di tempo prima di inaugurare uno spazio nuovo di zecca, luminoso come questa giornata di febbraio, e pensare: “riapro un blog, perchè è di nuovo giunto il momento.”

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