Tredici – recensione di una serie TV che è anche un piccolo capolavoro

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La trama, tratta da Wikipedia:

Una ragazza liceale, Hannah Baker, si suicida. Qualche giorno dopo un suo compagno di classe, Clay Jensen, trova un pacco sulle scale di casa; all’interno del pacco sono contenute sette cassette registrate da Hannah in cui la ragazza spiega i tredici motivi che l’hanno spinta a uccidersi. Tredici nastri dedicati a tredici persone che, in qualche modo, sono colpevoli del suo suicidio, tra cui lo stesso Clay. Per scoprire il suo ruolo all’interno della storia di Hannah, Clay comincia ad ascoltare le cassette, ma facendo così rischia di scoprire uno sconvolgente segreto che coinvolge Hannah e alcuni dei suoi compagni di scuola.

Piccola premessa: ho iniziato questa serie avendo in mente un teen drama disimpegnato, un thriller young adult da dimenticare nell’istante stesso in cui lo avessi finito, o al massimo da ricordare per il tempo necessario a fangirlare un po’.

Non sapevo in cosa mi stavo cacciando… ed è un bene, perché altrimenti non mi sarei cimentata nella visione e avrei perso questa serie dura e bellissima.

Tredici segue (e in parte ricostruisce a posteriori con un sistema di flashback) le vicende di un gruppo di studenti della scuola superiore Liberty High, ripercorrendo le dinamiche e gli episodi di bullismo che hanno recentemente spinto al suicidio la studentessa Hannah Baker.

La vicenda si svolge su tre piani narrativi: il primo è il passato, che viene dipanato attraverso l’ascolto di alcune audiocassette lasciate da Hannah, il secondo è il presente vissuto da Clay Jensen e dai suoi compagni, il terzo è il presente vissuto dagli adulti, così diverso e separato da quello dei ragazzi da costituire un piano narrativo a parte.

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Attraverso le parole di Hannah percorriamo con Clay la lenta discesa che ha portato la ragazza al suicidio. Il percorso è fatto perlopiù di piccoli passi, di scherzi inizialmente quasi (sebbene mai del tutto) innocui, ma che uno dopo l’altro finiscono per rendere l’aria sempre più irrespirabile alla Liberty High.

#Da questo momento in poi piovono spoilers sparsi con occasionali schiarite#

Non mi è facile riassumere quanto io abbia amato questa serie e perché, e per quanti e quali motivi mi abbia fatto così male.

La prima cosa che mi ha colpito durante la visione è il rispetto con cui gli autori si sono approcciati ai personaggi e alla materia trattata. È una sensazione che ti arriva in modo subliminale fin dalle prime inquadrature, non saprei nemmeno a cosa ricondurla. Andando avanti con gli episodi ti rendi conto che, sebbene i protagonisti siano quasi tutti adolescenti, nessuno di loro verrà trattato con indulgenza in virtù della giovane età, ma nessuno verrà mai nemmeno liquidato con una condanna moralistica fine a se stessa. Il fatto che tutti i ragazzi, inclusa la stessa Hannah Baker, siano responsabili in prima persona delle loro azioni viene dato per assodato e più volte ribadito. Tuttavia, proprio perché si parte da questa premessa, gli autori tratteggiano quasi tutti i personaggi con un’empatia sincera, che non viene meno neppure nei momenti di inequivocabile condanna.

La seconda cosa che mi ha catturata sono stati, ovviamente, i personaggi.

13 REASONS WHYHannah è un’adolescente che avrei potuto conoscere, che chiunque di noi avrebbe potuto conoscere o addirittura essere: un’adolescente caparbia ma vulnerabile, generosa, sensibile e talvolta iper-sensibile, tendente a slanci di altruismo a volte mal riposto e mal dosato. Non perché sia stupida, ma perché il suo desiderio di essere amata la rende imprudente e l’inesperienza la rende ingenua. Gli autori non hanno avuto paura di tratteggiarne, oltre ai pregi, i limiti: la sua tendenza all’enfasi e all’autocommiserazione, la sua sostanziale cecità ai meccanismi interni che la portano a cacciarsi in situazioni infelici, la sua difficoltà a lasciarsi amare (che, insieme al bisogno spasmodico di sentirsi amata, costituisce un cocktail micidiale). In alcuni punti della serie viene esplicitamente detto che diversi incidenti “minori” accaduti ad Hannah sono accaduti più o meno a tutti senza scatenare le stesse drammatizzazioni. Si tratta di un’osservazione profondamente vera, eppure già durante la visione riflettevo: “ok, ma questa è la verità di Hannah, la sua personale verità alla quale ha diritto, una verità che andava bene per la sua sensibilità ed era vera quanto quella di chiunque altro”.

Clay Jensen

Di Clay Jensen, lo ammetto, mi sono un po’ innamorata. Questo nerd impacciato e tuttavia perfettamente a proprio agio con se stesso e le proprie passioni mi ha ricordato diversi amici della mia post adolescenza, persone che ho amato e che a sedici anni dovevano essere esattamente come lui. Clay è a suo modo un outsider, ma meglio integrato di Hannah… e al termine della visione mi sono chiesta perché.

Perché a differenza di lei è a proprio agio nei propri panni?

Perché del tutto casualmente ha degli amici popolari?

Perché è un ragazzo e non una ragazza, con tutto ciò che questo comporta?

Di Clay mi resta addosso, a distanza di giorni dalla visione, il ricordo bruciante di cosa sia l’innamoramento a sedici anni: un sentimento di cui non abbiamo esperienza, perché lo proviamo per la prima volta e non somiglia a nient’altro, che ci sorprende esposti e nudi perché non possediamo ancora né le barriere né le risorse che svilupperemo diventando adulti.

Spinto da questo sentimento, Clay arriva ad ascoltare tutte le cassette nonostante gli causino un dolore quasi fisico: cerca risposte su quanto accaduto ad Hanna temendo di scoprire una verità orribile su se stesso: di essere stato lui stesso -senza volerlo- uno dei suoi aguzzini.

Quando questo nodo finalmente si scioglie (in modo devo dire un po’prevedibile), si fa strada nello spettatore una consapevolezza molto più scomoda: nonostante tutto Hannah non ritornerà; potremo avere delle risposte, ma nessuna di esse la riporterà indietro. Anzi, per certi versi è inevitabile che accada il contrario: quando Clay sarà riuscito fino in fondo a capire Hannah, non avrà più scuse per tenersi aggrappato al suo ricordo e dovrà lasciarla andare.

Se i protagonisti sono tanto giovani quanto bravi, i comprimari sono tutti così credibili e ben delineati da lasciare senza fiato: dai genitori di Hannah, spiazzati e spezzati da un lutto a cui non trovano una spiegazione, ai genitori di Clay, che vedono il loro figlio sempre più incomprensibile, ai compagni di scuola, a volte ingenui a volte crudeli, a volte semplicemente superficiali, di una superficialità che miete più vittime di una crudeltà consapevole e deliberata.

Riemersa dalla visione di questa serie, mi resta addosso la sensazione di aver fatto un tuffo in un passato alternativo ma perfettamente plausibile, che non è stato il mio ma avrebbe potuto esserlo.

Chi sarei stata tra quei personaggi? Chi sarebbero stati miei i compagni e amici di allora?

Mi resta addosso questa riflessione sulla differenza che esiste tra colpa e responsabilità, su come possano essere drammaticamente sproporzionate l’una rispetto all’altra (in questo senso è impossibile non pensare a quanto siano speculari Bryce e Alex), e sul margine di libertà e individualità che ogni scelta conserva (Hannah si è suicidata, nessuno l’ha materialmente costretta: il suo suicidio è stato una scelta. Significa che nessuno ne è colpevole? Significa che nessuno ne è responsabile? Chi può garantirci che, se uno o più anelli di quella progressione fossero saltati, la ragazza non si sarebbe suicidata comunque?).

In questa serie gli adulti offrono poche risposte: nel migliore dei casi sono pieni di buone intenzioni ma brancolano nel buio; nel peggiore dei casi individuano chiaramente la natura del problema, ma non sanno o non vogliono fronteggiarlo.

Clay e i genitori di Hannah, in modi diversi e a livelli diversi, riescono a mettere in moto un cambiamento e a dare almeno in parte un senso alla tragedia. Così alla spirale discendente descritta da Hannah nelle cassette fa da contrappunto, nel presente, un effetto domino sempre più potente, che porterà a galla la verità o almeno varie verità, rendendo inevitabile una crisi e possibile un autentico cambiamento.

Eppure nel finale non c’è nulla di edulcorato o consolatorio: ciò che è perduto è perduto per sempre, le possibilità di cambiamento hanno bisogno che qualcuno le raccolga e le coltivi per poter germogliare, e in generale ciò che si è spezzato può ricomporsi solo fino ad un certo punto.

Per essere una serie e non un documentario, tredici si sviluppa in modo incredibilmente lucido e imparziale, senza cessare nemmeno per un istante di essere un prodotto scorrevole e fruibile.

Spero non ci sia una seconda serie, perché questa è già perfetta così.

Stranamente non sento nemmeno il bisogno di procurarmi il libro da cui è tratta, perché credo che nemmeno la penna più abile possa aggiungere qualcosa a un affresco così potente.

Chapeau!

 

Labyrinth – Dove tutto è possibile

Più un’analisi che una recensione. Spoilers come se piovesse.

La trama del film, per chi non la conoscesse, in due parole è la seguente:

Che noia doversi occupare del fratellino! Sarah è davvero stufa dei pianti del piccolo Toby e invoca Jareth, il malvagio re degli gnomi, pregandolo di portare via il bambino. Detto fatto il piccolo scompare e Sarah, per ritrovarlo, dovrà avventurarsi in un intricato labirinto popolato di strani esseri, paludi e porte magiche… un mondo dove tutto è possibile.

e02c5b0268254ad89ec0b23ce1ab55b1Sarah Williams (una Jennifer Connelly semplicemente luminosa) è molte cose: quindicenne, egoista, tenera e sperduta; ma la prima cosa che mi ha colpito di lei è quanto sia sola. Sarah non recita con nessuno, non racconta a nessuno le fiabe che inventa e conosce. Il mondo le risulta incomprensibile, se non proprio ostile, così lei ne crea uno tutto per sè: una stanza con libri che solo lei può leggere e pupazzi con cui solo lei può giocare, nella quale nessuno deve mettere piede e nulla dev’essere spostato. Un libro rosso da recitare come se fosse reale, parole come formule magiche da interporre fra sè e il mondo, ma anche fra sè e un dolore, nel film appena accennato, che non confessa nemmeno a se stessa.

Prima ancora che l’avventura abbia inizio, Sarah è già in contatto col Sottosuolo: anzi, è proprio a causa di questo contatto che la storia può cominciare. Non a caso, prima ancora che lei lo chiami, il Barbagianni già la conosce.

Un’altra cosa che amo di Sarah è la sua capacità di accettazione: accetta che le parole abbiano un potere e le azioni abbiano conseguenze, accetta il magico e l’assurdo per l’ottimo motivo che stanno accadendo a lei, accetta ciò che di brutto c’è dentro di sè e dentro i propri amici, senza per questo smettere di essere se stessa o di chiamarli amici.

 Lungo il film impara che, anche se “non è giusto”, spesso “è così che va”: nell’istante in cui realizza questo, impara a prendere il Labirinto per il suo verso, ricorrendo lei stessa a trucchi e trabocchetti. Sarah non si chiede mai se la strada che sta percorrendo la condurrà davvero al castello: procede e basta; per ogni passo indietro, ne fa due in avanti.

Sarah non è l’eroina della fiaba, ma una ragazza che interpreta tale ruolo, e questa è la sua forza, perchè restando umana è lei a portare con sè La Storia, e non viceversa.

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Il Labirinto è quasi più un personaggio che un luogo fisico. Nel Labirinto ogni viaggio è un ritorno al Centro: per trovare la strada è necessario perdersi, sbagliare, cadere, tornare indietro, ritentare per un’altra via. L’unica regola è che non ci sono regole: i sentieri sono aggrovigliati come serpenti, si spostano, celano insidie e trabocchetti. I suoi personaggi sono buffi e spaventosi: tutto sembra un gioco, ma non lo è; anche nei momenti più esilaranti, in palio c’è un bambino, e la vita della stessa Sarah.

hoggleHoggle è un altro personaggio a tutto tondo (e forse un pochino sottovalutato dal fandom). All’inizio della storia, Hoggle è un nano vigliacco, avido e doppiogiochista; solitario e solo, Hoggle “è amico solo di Hoggle”. Crede che il suo compito sia accompagnare Sarah per depistarla: quello che non sa, è che anche lui ha appena iniziato il suo personale viaggio verso il Centro. Il suo percorso è contorto quanto i sentieri del Labirinto: tra mille tentennamenti si invaghisce di Sarah, la tradisce per paura, solo alla fine si riscatta e rischia tutto per aiutarla nella sua ricerca. All’inizio del film nessuno sembra ricordare il nome esatto di Hoggle: tutti sbagliano a pronunciarlo (o lo pronunciano male di proposito, come appunto fa il Re). Quando il nano finalmente sceglie da che parte stare, quando finalmente decide chi è e agisce di conseguenza, il problema del nome all’improvviso si risolve: quando sei consapevole della tua identità, anche gli altri sanno chi sei.

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Ultimo ma non ultimo, il Re dei Goblin (David Bowie). Per gran parte del film, come i personaggi delle fiabe, lui non ha un nome: quando finalmente viene pronunciato -buttato lì quasi per caso- è come se improvvisamente si colmasse un vuoto del quale non eravamo del tutto coscienti. Chi o cosa è esattamente Jareth? Nella prima bozza di sceneggiatura, il Re è egli stesso un Goblin: tale ritorna dopo che Sarah lo sconfigge. Successivamente, per fortuna, la sceneggiatura venne modificata, lasciando che il quesito rimanesse senza una risposta definita. Esistono una serie di indizi, ma nessuna certezza: il re ha diversi tratti fisici e caratteriali tradizionalmente attribuiti ai Daoine Sidhe, ma cattura l’attenzione in modo troppo forte per essere soltanto questo. Incarna senz’altro il lato più insidioso dell’immaginazione di Sarah, ma più di un dettaglio lascia intuire che egli esista a prescindere da lei. E’ istrionico e affascinante, geloso e malevolo, a tratti buffo, ma mai ridicolo. Ha qualcosa di Barbablù, ma non possiede la sua carica sanguinaria e distruttiva, e in generale è più incline alla seduzione che alla coercizione. Per me Jareth sarà sempre il Trickster, l’Ingannatore: abilissimo artefice di inganni e illusioni, capace di rapportarsi al prossimo solo attraverso di essi. Paradossalmente, se lo si legge in quest’ottica, il modo in cui si relaziona a Sarah -attraverso inganni e trabocchetti, appunto- è quanto di più sincero la sua natura gli permetta.

Anche il Re, come Sarah e Hoggle, è profondamente solo e, sebbene all’inizio appaia invincibile, man mano che Sarah acquista potere Jareth lo perde. Il patto finale che Jareth propone a Sarah è meraviglioso: “temimi, amami, fai ciò che dico e sarò il tuo schiavo”. La proposta non è crudele o sbagliata in sè, non tocca minimamente il concetto di male in senso morale: è qualcosa di cui lui ha bisogno per essere libero, e che lei -per essere libera- non può permettersi di accettare.

 All’inizio, per la parte di Jareth si pensò a Sting o a Michael Jackson. Personalmente credo che Bowie fosse l’unico uomo sulla faccia della terra in grado di cantare canzoni assurde danzando in mezzo a decine di pupazzi, mettersi un cespuglio in testa, indossare calzamaglie attillatissime (con le -ehm- conseguenze del caso) e risultare non solo credibile, ma pure affascinante.

27Dal punto di vista tecnico, ci sarebbe molto altro da dire su Labyrinth. Alla realizzazione del film hanno partecipato menti creative di tutto rispetto, da Brian Froud (le cui illustrazioni consiglio a tutti), Terry Jones dei Monty Python, Jim Henson (il “papà” dei Muppets, che ha curato soprattutto il personaggio di Sarah, rivelando una sensibilità che onestamente non avrei sospettato), lo stesso Bowie (che oltre alle canzoni curò anche la caratterizzazione di Jareth).

Il film è stato realizzato in epoca predigitale: a parte il Barbagianni, tutti gli altri effetti speciali (e sono parecchi!) sono affidati a trucchi di scena. Il risultato ha dell’incredibile: la realizzazione di ogni scenografia e di ogni costume trasuda amore e attenzione; nulla è lasciato al caso, non c’è nemmeno un dettaglio, un colore o un tocco di luce che non siano stati accuratamente studiati. Le espressioni facciali Hoggle, per citare solo il primo esempio che mi viene in mente, sono di una bellezza commovente.

Parlare di Labyrinth, per me, significa tornare a Casa: io non ho “visto” questo film: ne sono stata risucchiata. L’ho amato, ne ho sviscerato trama e personaggi, linguaggio, riferimenti e significati. L’ho visionato un numero n di volte, percorrendo passo per passo i sentieri del Labirinto, stoppando il film n volte al minuto solo per cogliere il senso di un’inquadratura, l’inflessione di una battuta o l’espressione del viso con cui veniva pronunciata. Ho sognato di notte i corridoi del Labirinto, cercando di capire perchè questo film mi ossessionasse, che cosa cercasse di dirmi. Quando l’ho capito, finalmente mi ha lasciata andare. In cambio, non ho mai smesso di portarlo con me.

E l’unico vero sequel che riesco a immaginare, scritto ormai sei anni fa, lo trovate qui.